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E alla fine sì, siamo tornati sui balconi.

Questo secondo lockdown, piombato come un fulmine a ciel sereno (insomma, così totale forse non ce lo aspettavamo) nei scorsi giorni, inaspettatamente è stato caratterizzato da primi giorni di sole, in una primavera di novembre.

Ed io, che avevo scelto speranzosa di fare un passo avanti, di dare una svolta drastica a questo funesto 2020, proprio qualche settimana fa mi sono trasferita. Ho cercato e sbirciato, vistato e poi trovato una casa graziosa, con vista lago per non sentirmi troppo distante e fuori luogo rispetto al posto in cui sono nata e cresciuta, con ben due balconi. Uno baciato dal sole e da cui posso vedere l’alba, mentre sull’altro si riflette la luce del tramonto: una composizione perfetta, per me meteoropatica, affezionata alla natura e dipendente dall’effetto di benessere che solo una giornata di cielo terso sa regalare.

Ho preso così sin da subito l’abitudine di prendere il caffè fuori, anche se è autunno, anche se la stagione ormai impone di chiudersi in casa (e l’ultimo decreto sottolinea questo aspetto). Mi preparo la moka, accendo il gas, aspetto e intanto stendo una tovaglietta sul tavolo che la proprietaria di casa mi ha fatto trovare sul balcone “lato alba”. Mi sono sorpresa di quanto questo piccolo semplice rituale mi stia donando pace e tranquillità, accettazione e riflessione. Sta scottando così tanto il sole in alcuni momenti di queste giornate da quarantena in zona rossa, che me ne resto in maniche corte, senza calzini, a occhi chiusi assaporando il caffè e l’aria fresca, che sa di libertà, almeno mentale.

Mi avevano anche regalato dei fiori, e in questi giorni ho sistemato il vaso fuori, su quel balcone che si sta rendendo tanto importante. Li innaffio, li porto al riparo se il caldo è eccessivo; ho tagliato la carta del fondo e posizionato un piattino donato dalla nonna da usare come sottovaso per far sì che bevano in autonomia.

Il caffè è diventato la colazione e la colazione il pranzo: finché c’è luce e le temperature lo permettono, rimarrò sul balcone. Ormai è diventato luogo essenziale, salvifico in questi giorni strani, in un periodo duro. Da lì poi scrivo e leggo, scruto la strada, sbircio la penisola di Sirmione, vedo le onde del lago, osservo i vicini che passeggiano con il cane. Penso a quando farò delle cenette degne di invitare amici, e immagino a quando dovremo e potremo stringerci tra quei pochi metri quadrati, piazzandoci su quelle mattonelle senza curare le distanze, senza paura, ma con gioia.

Questo balcone solo mio e così importante adesso, in realtà non vedo l’ora di condividerlo.

 

Paola P.