Il lavoro? Ce lo raccontano i romanzi

Il lavoro? Ce lo raccontano i romanzi 23 novembre 2017

Precariato, mobbing, disoccupazione. Sono parole del mondo del lavoro che evidenziano alcune delle sue problematiche attuali. Richiamano temi quotidiani delle nostre conversazioni, del giornalismo, della politica.

Se ti piace leggere, forse ti sei accorto che c’è un filone di narrativa contemporanea, diciamo dell’ultimo quindicennio, in cui il lavoro è il tema centrale della narrazione.

Non è una novità: molti grandi autori dell”800 e del ‘900 hanno parlato di condizioni di lavoro e sfruttamento del lavoratore: Verga, Pirandello, Zola, London, Dickens, per fare qualche esempio. Ma è nella narrativa contemporanea degli ultimi anni che ritroviamo le situazioni della nostra quotidianità e parole come call center, co.co.pro, lavoro interinale, popolo degli stagisti. Altra caratteristica: è quasi sempre narrativa autobiografica.

Il lavoro descritto in questi romanzi è ripetitivo, mal remunerato e di scarsa soddisfazione, ma la narrazione è pervasa di ironia, umorismo o critica graffiante, cosicché temi potenzialmente ansiogeni diventano letture avvincenti, a tratti decisamente comiche, mai banali, che ci raccontano situazioni che potremmo vivere o di cui abbiamo esperienza.

Di seguito parliamo di alcuni fra questi romanzi. Per riflettere  e acquisire consapevolezza come persone e lavoratori. Perché la lettura, oltre che essere divertente, offre un patrimonio di conoscenza.

 

Duchesne, Studio illegale (2009)

copertina libro

Aneddoti e retroscena di uno studio legale internazionale – dove Federico Baccomo inizia la professione avvocatizia occupandosi di operazioni societarie – ispirano dapprima il blog dell’autore e poi un romanzo pubblicato sotto pseudonimo. Stress psicologico, competizione tra giovani avvocati, sfruttamento. Ne è stato tratto il film omonimo.

“Il mio ufficio si trova al terzo piano, una piccola stanza che si affaccia su una strada dove le auto tendono ad allungare i pedoni con una certa regolarità.
È qui che lavoro.
È qui che ho imparato a essere un professionista seri.
È qui che ho cominciato a non sentirmi bene.”

“Svolgevo la pratica forense in un piccolo studio legale non molto diverso dalla maggior parte degli studi legali italiani. Per un pugno di euro al mese passavo le mattine in tribunale impegnato nelle attività più varie: stavo in coda ore per iscrivere a ruolo una causa, mi facevo insultare da una volgare obesa della cancelleria della sezione XIII, leccavo e appiccicavo decine di marche da bollo e poi ci pestavo sopra un timbro, cercavo fascicoli andati perduti aggrappandomi a scale pericolanti stretto nell’abitino di Valentino con cui mi ero laureato, rimuginavo. Poi , al rientro in studio, ancora fotocopie, preparazione di fascicoli, compilazione di decreti ingiuntivi e numerosi altri lavoretti per i quali, più che la laurea, mi sarebbe stato utile l’alcol. E mi andava ancora bene. I racconti degli ex compagni di università riportavano bollettini sconfortanti: chi faceva la spesa per il suo dominus, chi gli lavava l’auto, chi gli accompagnava i figli a scuola.
Suvvia, suvvia, cerchiamo di non esagerare. Intorno a me, erano tutti pronti a storcere occhi e bocca. C’è gente che lavora in miniera, avrebbe detto mia madre. e fini per dirlo davvero. Ogni volta che, scoraggiato, cercavo una sponda ai miei sfoghi, inclinava la testa, alzava un dito e si limitava a pronunciare una parola sola: Sulcis.
Un giorno, lasciando il post sul’autobus a un’anziana con un braccio rotto, cominciammo a parlare. La signora si mostrava interessata al mio lavoro e io cominciai a illustrarle la mia condizione. Poi, alla fermata di fronte al policlinico, la vecchia si avvicinò alle porte, mi guardò un’ultima volta con l’espressione di chi sta per starnutire e, prima di scendere, disse: «voi giovani siete dei smidollati.» «Semmai degli» risposi.
«Dei smidollati» urlò.
Io volevo di più.
mi misi alla ricerca dello studio in cui fare il salto e comincia a sostenere colloqui su colloqui.
La prima volta che ho messo piede alla Flacker Grunthurst and Kropper mi sono sentito sopraffatto da una penatrante sensazione di disagio: le porte a vetri che si aprivano dieci secondi prima del mio passaggio; l’impersonalità dell’arredamento; a freddezza della receptionist che mi aveva accolto dicendomi: «Si metta là» senza alzare gli occhi o rivolgermi un gesto qualunque per cui poteva anche essere il gabinetto; le piccole telecamere agli angoli delle pareti; riviste come Capital, Millionaire, Finanza e mercati disposte a ventaglio sul tavolino davanti alle poltrone; il silenzio nervoso che ronzava nei locali; quell’aura di prestigio prêt-à-porter spalmata su ogni centimetro quadrato di un posto che voleva comunicare messaggi tipo: Qui alla professionalità diamo del tu.”

 

Michela Murgia, Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una telefonista precaria. (2006)

copertina libro

Nato come diario sul blog per narrare l’esperienza di un mese come operatrice in un call center della multinazionale Kirby Company, diventa un libro di denuncia. Tecniche di vendita, riunioni di motivazione, pubbliche premiazioni e umiliazioni. Un dietro le quinte di questo mondo raccontato con vena tragicomica. Ha ispirato il film Tutta la vita davanti.

“Siamo davvero così manipolabili, è evidente. Perché mentre noi non pensiamo minimamente a quello che diciamo, c’è chi dall’altro lato del telefono ha già pensato a tutte le possibili obiezioni e sa come prevenirle con abili dribbling verbali.”

“Mai porre una frase in modo negativo. La parola no non deve mai comparire in nessuna delle sue varianti. Non chiedete: Non le verrebbe bene, signora, domani pomeriggio? Dite invece: Signora, le viene meglio domani pomeriggio o dopo-dopomani mattina?. Così, con due alternative che sottendono comunque un sì, il no viene decisamente più complicato.”

 

Amelie Nothomb, Stupori e tremori (1999)

copertina libro

Nel 1990 l’autrice ventitreenne inizia a lavorare per una multinazionale giapponese grazie alla sua conoscenza della lingua. Dovrebbe occuparsi di traduzioni, ma ben presto viene relegata dalla sua diretta superiore, spaventata dalla sua potenziale concorrenza in carriera, a svolgere mansioni sempre più umili o ripetitive, fino all’incarico di guardiana dei bagni, con le mansioni di sistemare la carta igienica e pulire i water. Mobbing e persecuzione sul lavoro raccontati con lucida ironia.

“Mi beccai una meritata lavata di capo: mi ero infatti resa colpevole di una grave iniziativa criminale. Mi ero attribuita un ruolo senza chiedere il permesso ai miei diretti superiori. Per di più, il vero postino dell’azienda, che arrivava nel pomeriggio, era sull’orlo di una crisi di nervi, essendo convinto che l’avrebbero presto licenziato.
– Rubare il lavoro a qualcuno è una pessima azione, – mi disse giustamente il signor Saito.
Ero davvero desolata di vedere interrotta così presto una carriera promettente. Inoltre si poneva di nuovo il problema della mia attività.
Mi venne un’idea che, nella mia ingenuità, mi sembro luminosa: durante le mie deambulazioni su e giù per l’azienda avevo notato che ogni ufficio, conteneva diversi calendari, quasi mai aggiornati: o il mobile quadratino rosso non era stato spostato sulla data giusta o la pagina del mese non era stata girata.
Questa volta, non dimenticai di chiedere il permesso:
– Posso aggiornare i calendari, signor Saito?
Mi rispose di sì senza darmi retta. Avevo un lavoro.
La mattina passavo per tutti gli uffici e spostavo il quadratino rosso sulla data del giorno. Avevo un incarico: ero aggiornatrice-giratrice di calendari.”

 

Vitaliano Trevisan, Works (2016)

copertina libro

Un corposo resoconto autobiografico delle esperienze lavorative vissute dall’autore dall’età di 15 anni a oggi. Come sfondo prevalentemente il nord est e la provincia vicentina, tra lavoro nero, precariato, sottoinquadramento, piccole e grosse sopraffazioni, mobbing, competizione tra colleghi. In mezzo, qualche esperienza soddisfacente e la concezione del lavoro come necessità per vivere prima di poter vivere di scrittura.

“Personalmente, nove-dieci ore al giorno e qualche sabato mattina quando serve, mi sembrano abbastanza. Di più, non c’è bisogno, a meno di qualche caso eccezionale. Eppure i pari ne lavorano 10-12 e il sabato mattina vengono sempre tutti! Anche il mio ex capo, sotto questo punto di vista, non faceva eccezione. L’unica possibile spiegazione, mi dico, è che sia più questione di presenza (forma) che di necessità, e il fatto di essere semplicemente presenti in azienda, anche senza far nulla di particolare, naturalmente senza essere sfacciati, cioè a dire perlomeno fingendo di fare qualcosa, abbia un valore di per sé. Mi spiace, troppe altre cose da fare, da leggere e da pensare, oltre il lavoro, per potermi permetter gli orari degli altri. e poi, mi dico, se il lavoro svolto è in linea con le aspettative, e i tempi vengono rispettati, di cosa devo preoccuparmi? Sbagliato: fare meno ore, a parità di risultati, inquieta chi, a torto o a ragione, ne fa di più. E giusto: la presenza in azienda, intesa nel senso della quantità, è considerata un valore di per sé, come mi fa capire il direttore di produzione, il quale, pur dicendosi contento di me, mette un paio di volte l’accento proprio su questa questione, anche se per ora la prende n po’ alla larga, dicendo per esempio, Se ci fossi stato sabato scorso…, oppure, Ieri sera ti cercavo, ma eri già andato via…”

 

Iain Levison, Ammazzarsi per sopravvivere. Le infinite fatiche di un precario americano (2009)

copertina libro

Essere trentenni, laureati in lettere e non trovare un lavoro adeguato alla propria formazione. Negli USA degli anni duemila, le vicende di un laureato in lettere (l’autore) che per sopravvivere svolge i lavori più disparati: sfilettatore di pesce, barman, runner per il cinema, conducente di autocisterne, imbianchino, cuoco, informatico, assistente di un mercante d’arte, traslocatore, pescatore e confezionatore di gamberi in Alaska. Un romanzo “on the road” graffiante e intriso di humor che racconta come sopravvivere nell’era della globalizzazione.

“È domenica mattina e sto spulciando gli annunci di lavoro. Ce ne sono di due tipi: lavori per cui non sono qualificato e lavori che non mi va di fare. Prendo in considerazione entrambi.”

“C’è un trucco infallibile per ottenere un lavoro per cui non sei qualificato. La chiave è sapere qualcosa, fosse anche un nonnulla da buttare là. Di solito questo genere di cose le si può imparare ascoltando le chiacchiere di gente noiosa. Una volta ho passato cinque ore su un treno per la Florida ad ascoltare il tizio seduto accanto a me sproloquiare sulle grane capitategli pitturando casa. Due giorni più tardi, eccomi a dipingere case a Miami dopo aver impressionato l’addetto al personale con una interpretazione magistrale del discorso che avevo udito poco tempo prima.”

 

Douglas Coupland, Microservi (1995)

copertina libro

Le condizioni di lavoro di alcuni ingegneri programmatori alla Microsoft di Seattle sono tali da farli sentire microservi. Il più intraprendente si licenzia e crea una startup e altri colleghi lo seguiranno presto. L’idea è diventare degli unopuntozero, ovvero i primi ad aver fatto la prima versione di qualcosa e, tra vicende sentimentali e difficoltà economiche, finalmente il momento di presentare “la creatura” a una fiera informatica.

“A Los Angeles, tutti scrivono sceneggiature. A New York, tutti scrivono romanzi. A San Francisco, tutti sviluppano un prodotto multimediale.”

“La Sintex è stata la prima ditta a progettare il «luogo di lavoro tipo campus». Prima dei parchi hi-tech della California, il massimo che una ditta era riuscita a fare per un impiegato era dargli magari una casa, magari una macchina, magari un dottore e magari un posto per comprare roba da mangiare. A cominciare dagli anni settanta, le ditte hanno cominciato a predisporre docce per le persone che facevano jogging durante l’intervallo e sculture per calmare l’anima del lavoratore – umanitarismo padronale: la prima intrusione su grande scala del regno aziendale nel privato. Negli anni ottanta l’intrusione aziendale ha attaccato il regno contiguo alla vita aziendale invadendo i campus come la Microsoft e la Apple: il prossimo stadio sfumerà la linea di confine tra lavoro e vita privata tanto da farla diventare invisibile.
Dacci tutta la tua vita altrimenti non ti permetteremo di lavorare su progetti interessanti.
Negli anni novanta, le ditte non assumono neanche più. Ogni persona inventa una ditta per sé. Era inevitabile.”

“Michael ci ha beccati a giocare a Doom sul sistema dell’ufficio e ci è saltato addosso…o meglio, ha cancellato il gioco; mi ha pure fatto una predica sulle ore lavorative perse quando io, più tardi, gli ho chiesto di reinstallarlo. Alla fine, ha ceduto alle mie insistenze, perché sarebbe stato catastrofico per il morale dei lavoratori non essere messi in condizione di inseguirsi e uccidersi tra loro per gioco.”

 

 

Photo by LubosHouska